Le venti giornate di Torino: inchiesta di fine secolo, Giorgio de Maria, trama e recensione

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Giorgio de Maria, scrittore, commediografo e pianista, nonché personaggio “maledetto”, scrisse Le venti giornate di Torino nel 1977. È rimasto un romanzo sostanzialmente sconosciuto fino al 2017, quando fu riscoperto, tradotto in inglese e pubblicato negli Stati Uniti. Per poi avere nuova notorietà anche in Italia.

Le venti giornate di Torino

Le venti giornate di Torino

In una Torino magica e misteriosa i terribili fatti accaduti dieci anni prima non hanno trovato ancora una spiegazione definitiva. Un investigatore, protagonista e voce narrante, decide di provare a mettere insieme i pezzi del puzzle per provare a capirci qualcosa, provare a vedere se le venti giornate di follia di dieci anni prima potevano essere spiegate in qualche modo.

Si comincia con pochi elementi, andando a intervistare la sorella della prima vittima, tale Giovanni Berghesio, rimasto ucciso in maniera orribile, scaraventato contro un ippocastano. Ma per quanto bizzarro l’omicidio non destò particolare attenzione perché si era appena all’inizio delle venti giornate e i fatti successivi furono talmente sconvolgenti da lasciare a Berghezio l’unico appellativo di “prima vittima”.

Inoltre la città non fu particolarmente scossa da questo improvviso e inspiegabile delitto perché già da qualche tempo i torinesi avevano cominciato ad abituarsi a cose strane e in particolare a due fatti: uno strano e diffuso odore di aceto e una grave insonnia collettiva che portava molte persone per strada nel pieno della notte, a vagare senza meta.

Nella sua ricerca della verità l’investigatore di imbatterà in altri personaggi più o meno disposti a svelare qualche ricordo delle venti giornate e pian piano una mezza verità verrà a galla, ma allo stesso tempo il gioco si farà molto pericoloso, con forze oscure disposte a tutto per evitare che qualcuno possa scoperchiare il vaso dei misteri.

Un romanzo inquietante e profetico

Giorgio de Maria

Ho scoperto l’esistenza de Le venti giornate di Torino grazie al suggerimento di un collega di lavoro che possiede la prima edizione del 1977 trovata per caso in una bancarella dell’usato. Anche se la nuova edizione pubblicata da Frassinelli è di facile reperimento (l’edizione originale era de Il Formichiere) non è certo un libro che tutti conoscono. A vederlo in una libreria a Torino magari può incuriosire il titolo che riporta il nome della città sabauda, o l’indovinata copertina che, per quanto inquietante e intrigante, lascia il dubbio su cosa può aver raccontato Giorgio de Maria.

In ogni caso l’esperienza della lettura senza sapere nulla è veramente emozionante. La narrazione in prima persona instilla immediatamente il dubbio che ci si trovi davanti ad una vera inchiesta romanzata e che l’autore abbia voluto riferirsi ad un fatto realmente accaduto. I primi capitoli in particolare sono un crescendo di inquietudine che innesca nel lettore una curiosità morbosa che lo spinge a continuare nella lettura con la speranza che la pagina successiva sia in grado di svelare parte del mistero. Il titolo stesso del libro Le venti giornate di Torino, rimane per molto tempo un riferimento molto vago a un evento che tutti i personaggi sembrano conoscere bene, ma che è precluso al lettore intrappolato in una sorta di bolla di ignoranza.
Ad un certo punto però diventa chiaro che ci troviamo immersi in un romanzo fantastico e distopico in qualche misura la cosa finisce per rendere meno angosciante la vicenda.

Il romanzo rappresenta l’ultima opera letteraria di Giorgio De Maria che nel corso della sua vita è stato anche musicista, commediografo, sceneggiatore televisivo, traduttore, insegnante di lettere, impiegato in RAI e in Fiat. Morto nel 2009, con le parole di sua figlia Corallina, «mezzo barbone, tutto matto, alcolizzato e distrutto dall’Halcion», ci ha lasciato in eredità un’opera per certi versi anche profetica.

Mi riferisco all’invenzione della “Biblioteca”, un luogo che anticipa il voyeurismo moderno mediato dai Social Network. Un luogo, la Biblioteca, a cui i torinesi di De Maria affidano i propri pensieri più intimi, ben sapendo che altri avranno la possibilità di leggerli, come facciamo oggi quando postiamo un pezzo della nostra vita sull’etere.

Scontri a Torino il 1º ottobre 1977 a Torino che precedono l’attentato all’Angelo Azzurro. (Wikipedia)

Più vicina nel tempo del libro è invece il possibile riferimento agli anni di piombo, la stagione di violenza che da lì a poco avrebbe avuto il suo picco. I boati, i morti senza ragione, i ragazzi perbene dall’aspetto neofascista che gestiscono la Biblioteca, sono tutti elementi che sembrano creare un parallelo e una lunga metafora dell’Italia di fine anni settanta.

Le venti giornate di Torino è un libro coinvolgente e inquietante, in grado di farci vivere in una storia in cui nulla è come sembra e dove tutti sembrano dover celare un segreto, sullo sfondo di una Torino magica come non mai. Un libro ben scritto che a mio avviso è limitato solo dalla lunghezza ridotta e da una eccessiva linearità della trama.

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