Hyperion, Dan Simmons. Trama e recensione

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Un pianeta misterioso, un essere metafisico, sette pellegrini e le loro storie: sono questi gli ingredienti di Hyperion, il magnifico romanzo di Dan Simmons, vincitore del premio Hugo nel 1990. Un racconto che non è solo di fantascienza, ma una geniale commistione di generi e per questo il libro è una solida pietra di paragone per molti altri romanzi.

Hyperion, le Tombe del Tempo e lo Shrike

Il tempo stringe. L’orda selvaggia degli Ouster si sta avvicinando al pianeta Hyperion e quasi sicuramente lo farà a pezzi, come ha sempre fatto con tutti i pianeti dell’Egemonia. E l’Egemonia non sarà in grado di opporre troppa resistenza perché non farà in tempo a inviare le proprie navi interstellari militari, lasciando al proprio destino la popolazione.

Il governo dell’Egemonia riesce però ad organizzare un’altra cosa di fondamentale importanza, ovvero un ultimo pellegrinaggio alle Tombe del Tempo, un luogo misterioso di Hyperion, la cui natura rimane avvolta nel mistero, ma che in molti considerano di capitale importanza per l’umanità. Attorno alle Tombe si aggira inoltre lo Shrike, un essere fatto di metallo e che uccide senza pietà quasi chiunque gli si avvicini, di cui non si conosce né la provenienza, né le reali intenzioni.

Anche se questo ultimo pellegrinaggio è apparentemente privo di senso è però fortemente desiderato dai suoi sette partecipanti: il misterioso Console, il prete cattolico Lenar Hoyt, il colonnello Fedmahn Kassad, il poeta Martin Sileno, lo scienziato Sol Weintraub, l’investigatrice privata Brawne Lamia, e il templare Het Masteen.

Data la lunghezza del viaggio, dovuta anche alla necessità di farlo secondo il rigido rito della Chiesa Shrike, i pellegrini hanno tutto il tempo per conoscersi e raccontarsi la propria storia, non solo per intrattenersi, ma anche per la speranza che mettendo insieme le loro storie possano scoprire il motivo per cui sono stati scelti per questa impresa e ottenere un qualche risultato.

Una space opera, un viaggio interiore

Hyperion si può considerare uno dei classici della fantascienza contemporanea. Scritto nel 1989 dal quasi esordiente americano Dan Simmons valse all’autore molti riconoscimenti tra cui l’ambito premio Hugo nel 1990.

La particolarità di Hyperion sta nel fatto che la linea narrativa principale, che è vissuta dal punto di vista del Console, è intramezzata dai racconti degli altri personaggi. Ciò fa saltellare il lettore nel tempo e nello spazio e lo accompagna alla continua scoperta di elementi che gli consentono di farsi un’idea dell’Egemonia, una sorta di impero coloniale dell’umanità, del destino della Terra e dei suoi abitanti, dei misteri attorno alle Tombe del Tempo e naturalmente dello Shrike.
Ma solo verso la fine del racconto il quadro comincia a delinearsi in maniera nitida e si cominciano ad incastrare i vari pezzi delle varie storie. La maestria di Simmons sta nel fatto che tutto il procedimento è quasi naturale, fluido, ed è impossibile annoiarsi per un momento dall’inizio alla fine.

Anche se Hyperion potrebbe essere definito una Space Opera, dato che si continua a saltare da Tau Ceti Centro a Lusus a Mare Infinitum un po’ col Teleporter un po’ con le astronavi, si tratta in realtà di un’opera più complessa, fatta di una commistione di generi. Ogni personaggio racconta una vicenda che può essere descritta di volta in volta come horror, thriller o giallo. In questo si denota la capacità di Dan Simmons di maneggiare con disinvoltura diversi generi narrativi, cosa che lo ha portato successivamente a cimentarsi con altri romanzi sempre molto diversi in termini di ambientazioni e narrativa.

Altre caratteristiche che rendono Hyperion un capolavoro è la cura della personalità dei personaggi. Dato che ad ognuno di essi viene lasciato ampio spazio in cui raccontare la propria storia e di conseguenza l’origine di determinate caratteristiche, si finisce per avere un’idea molto precisa del loro carattere e dei loro scopi, rendendoli delle persone vere.

Allo stesso tempo il viaggio nella fantasia di Dan Simmons ci porta su pianeti dalle caratteristiche più disparate, magnificamente descritti, senza descrizioni noiose, con pennellate efficaci.

L’unico aspetto negativo, per quanto mi riguarda, è il finale che è di tipo aperto.
Da un certo punto di vista si tratta della giusta conclusione di un romanzo a cui piace approfondire e raccontare le persone più che le vicende e lo stesso autore ha affermato che per lui la storia si poteva anche ritenere conclusa in quel modo. Ma dal punto di vista del lettore è una sofferenza arrivare alla fine senza aver ricevuto una risposta ai molti quesiti irrisolti.
Fortunatamente però il successo di Hyperion permise all’autore di continuare a scrivere trasformando il romanzo nel primo di un ciclo di 4 volumi, i Canti di Hyperion (il riferimento a John Keats è naturalmente voluto e tutto il romanzo ne è pieno zeppo).

Hyperion è un capolavoro di fantascienza, un romanzo profondo, completo e avvincente, a metà strada tra fantasiosi pianeti immaginari e le eterne pieghe della natura umana.
Una lettura consigliata a tutti gli amanti del genere, ma anche a chi guarda con sospetto alle pistole laser.

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