Svetlana Aleksievič e Goffredo Fofi al Salone Off di Torino

Svetlana Aleksievič fa parlare i veri testimoni della storia perché chi porta le stigmate del proprio tempo è il testimone più attendibile, con queste parole Nicola Lagioia, scrittore e direttore del Salone Internazionale del Libro, passa la parola al critico letterario Goffredo Fofi il quale, con un’opera di divulgazione dei libri dell’Aleksievič in Italia, ci ha permesso di conoscere questa grande scrittrice, premio Nobel per la letteratura nel 2015.

Bielorussa di madre Ucraina, Svetlana Aleksievič è cresciuta in un villaggio post guerra in campagna e in una casa stracolma di libri, ma quello che le interessava maggiormente era fuori, per la strada. Il suo era un villaggio di donne a cui era morto il marito in guerra e che ascoltava parlare. Da questi dialoghi, sostiene l’Aleksievič, ha imparato molto di più rispetto ai libri che c’erano in casa.

Goffredo Fofi ha avuto modo di conoscerla al Festival Teatrale di Pontedera, città in cui la scrittrice ha vissuto per dieci anni ed è la stessa città che ha accolto anche il regista e intellettuale Jerzy Grotowski.
Quello che ci ha aiutato a capire Svetlana, prosegue Fofi, è il mondo atroce.
Nei suoi libri ha raccontato il nuovo volto del male “il male ha un volto nuovo, ha scritto più volte Svetlana” (G. Fofi), e su questa riflessione ha raccontato la guerra vista dai bambini russi e bielorussi nel libro Gli ultimi testimoni, pubblicato per la prima volta nel 1985, ma censurato dal regime sovietico e pubblicato in Italia nel 2016 da Bompiani.

Goffredo Fofi e Svetlana Aleksievič

Ha riflettuto sul terribile disastro ambientale di Černobyl’ scrivendo il libro Preghiera per Černobyl’ – Cronaca del futuro.
Ha riportato ne I ragazzi di zinco, le illusioni dei ragazzi russi che andavano a fare la guerra in Afghanistan pensando a una guerra per la democrazia, per la libertà perfino per il socialismo mentre si trattava di una guerra di tipo neocoloniale, descrive Fofi.

L’Aleksievič ha affrontato, inoltre, il crollo del comunismo e quindi la fine dell’utopia e i suoi effetti sulle persone che avevano creduto in questa utopia e dal quale sono stati traditi. Nel libro Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo, sono raccolte le testimonianze di chi ha vissuto il suicidio di familiari o di amici che non sono riusciti ad adattarsi alla nuova realtà e risponde alle domande sulle motivazione che li hanno spinti a compiere tale gesto e a credere totalmente nel comunismo. Lei li chiama schiavi dell’utopia.

Un altro suo importante lavoro di reportage è il libro La guerra non ha un volto di donna dove ha raccontato, attraverso le testimonianze rilasciate delle superstiti, la guerra vissuta dalle donne, il loro contributo e le atrocità subite. Da questo libro, in Russia, ci sono stati adattamenti sia teatrali sia cinematografici.

Svetlana ha cercato di dare la voce a quelli che la voce non l’avevano, alle vittime della storia, ai personaggi della vita comune come noi, al piccolo uomo della tradizione della grande letteratura russa di Cechov, di Tolstoj e di tanti scrittori attraverso un modo di raccontare nuovo, che è l’inchiesta. l’inchiesta partecipata come in Italia Danilo Dolci, Danilo Montaldi, Rocco Scotellaro e Cagnetta con la sua inchiesta sui banditi a Orgosolo negli anni 50 che hanno dato la voce alle persone che non avevano i mezzi per farlo perché non sapevano scrivere o non scrivevano libri.

Ma quali sono i maestri di Svetlana?

Fofi sostiene che questo modo di fare letteratura abbia origine con un libro di Tolstoj, Memorie di una contadina, dove Tolstoj racconta la vita di una vecchia contadina attraverso lo sguardo della protagonista. Tolstoj affronta la storia da un punto di vista degli ultimi, di quelli che la storia la subivano e non sapevano raccontarla se non oralmente.

Un altro maestro, secondo Fofi, è Dostoevskij poiché i personaggi dello scrittore russo hanno una voce loro che non riflette il pensiero dell’autore, sono autonomi e reali come i personaggi di Svetlana e fanno parte di un unico quadro, quello descritto dall’autore.
Svetlana è una scrittrice polifonica, aggiunge Fofi, menzionando il filosofo Michail Bachtin che parla dell’unicità di Dostoevskij nel suo essere uno scrittore polifonico perché non dice la sua attribuendo ai vari personaggi delle varianti delle sue idee, ogni personaggio ha una voce a sé.

Come Svetlana Aleksievič ha concepito questo tipo di scrittura

Svetlana parte dalla sua infanzia, dalla casa piena di libri, ma soprattutto dalle conversazioni che si sono ancorate alla sua anima, dice Svetlana, delle donne che avevano vissuto la guerra e che quando ne parlavano era come se parlassero di amore poiché raccontavano dell’ultima notte che avevano vissuto con il marito prima che lui andasse in guerra o come avevano incontrato per la prima volta il proprio marito ed è da qui che Svetlana ha capito molto dell’animo della donna. Questi erano per Svetlana i racconti più tremendi e segreti della guerra.
Ascoltando queste donne Svetlana ha provato una sorta di vaccino d’amore o puntura di amore come lo definisce lei, poiché queste donne mi hanno salvato nella mia vita quando ho dovuto vivere o capire certi momenti.

Quando ho cominciato a scrivere il primo libro e dopo anche il secondo, ho capito che avevo fatto un passo tremendo, scrivere era un tormento a un certo punto, e per questo che ho capito che avevo fatto un passo abbastanza rischioso, ma da cui ho capito molte cose, già dal secondo libro che ho scritto.

Riprende la conversazione Fofi che parla del nuovo modo di raccontare gli eventi negli ultimi anni, e di questa nuova scrittura che intreccia letteratura, inchiesta sociale, giornalismo e riflessione antropologica e filosofica, una necessità oggi di raccontare il mondo in maniera diversa rispetto al passato. Se il male ha un volto nuovo bisogna che ci sia una letteratura all’altezza dei problemi del nostro tempo. Uno di questi, prosegue Fofi, è lo scrittore polacco Kapuściński, che ha mescolato giornalismo e narrazione, l’altro è Svetlana con la narrazione del reale e quindi con persone reali a cui Svetlana presta la voce e trasforma in poesia le testimonianze che raccoglie. Che cerca di dare alla storia di una persona, alla sua attenzione, alla sua sofferenza cerca di dare una forma adeguata che possa comunicare immediatamente al lettore quello che questa la persona che ha vissuto, ha subito, ha pensato e ha capito.

C’è un forte credo, una forte elaborazione nel materiale che raccoglie

Nel lavoro di Svetlana non c’è un unico documento e soprattutto, questo documento non è mai finito poiché ci sono diverse versioni che cambiano e si ampliano nel tempo.
Ogni persona racconta a modo suo la guerra e il racconto cambia se l’esperienza vissuta è raccontata  subito dopo la guerra come per i ragazzi partiti per l’Afghanistan.

Se fossi andata dai ragazzi in Afghanistan subito dopo la guerra il racconto sarebbe diverso, in questo caso, per i ragazzi in Afghanistan, la verità, era una verità profonda, vissuta, sofferta, sconvolgente all’interno di loro perché loro vedevano così questa verità.
Se poi questa persona la incontro 40 anni dopo la guerra e comincia a parlarmi della guerra, lei costruisce, struttura il suo racconto a modo suo, mi dice che cosa ha letto, che cosa ha visto, se era felice o no, l’uomo ha la tendenza ha creare e costruire il racconto, e l’essere umano non ripete mai il proprio racconto, ma questo non vuol dire che inganna più si pensa all’evento, più si aggiunge sempre qualcosa
.

Il suo lavoro consiste nel togliere la banalità nel racconto della persona poiché il suo pensiero rispecchia il pensiero dominante dell’epoca in cui vive, quello totalitario. Per questo motivo, è necessario liberare questa persona dal peso di questo racconto in modo da poter dire le cose più vere, liberare la persona da queste cose non è semplice se vive in un paese non libero perché racconta di quello che ha sentito alla radio, che ha visto alla televisione e che ha letto nella stampa.

Svetlana cerca far capire loro che esistono altre libertà della persona come quella di essere sé stessi, per alcune persone son dovuta ritornare più volte perché ci voleva più tempo.
E per alcune si trattava scrivere anche mille pagine a cui doveva successivamente dare la struttura del suo romanzo, creare la configurazione del tempo di cui sto parlando.

Riuscire a entrare nella profondità dell’animo della persona sino a vivere in simbiosi con esse.

Nei libri di Svetlana non c’è nulla di inventato, io scrivo i miei libri molto a lungo, sette, dieci anni.

Per capire le cose nuove bisogna porre e porsi domande nuove, frase di Svetlana, aggiunge Fofi, la scelta di Svetlana è una scelta di alta coscienza letteraria, ma comprende anche quello ch elei chiama l’elemento filosofico. C’è un elemento fondamentale che è la curiosità, un attenzione al mondo, agli altri, voler capire chi sono, cosa pensano, cosa hanno sofferto, cosa fanno. Questo elemento va insieme a un altro elemento, la generosità e la compassione, che è il vestirsi dei problemi degli altri.

Potete ascoltare il resto del dialogo tra Goffredo Fofi e Svetlana Aleksievič su You Tube.

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